Classi 5B, 5A - Primaria

Tradizioni e mestieri della mia città

Tutte le arti e i mestieri nascono  dall’amore, dalla passione e da mani sapienti che sanno tessere, cardare, ricamare, intrecciare cestini, impastare, infornare, mani che alla sera sanno congiungersi in preghiera per pregare e ringraziare per ciò che hanno ricevuto. Mani che da un semplice filo di seta, di lino, di cotone o anche di giunco sanno creare capolavori senza tempo, di inestimabile valore. E’ così che nel nostro paese rivive l’arte della tessitura al telaio in legno come quello di una volta, della cardatura e della filatura della lana, dei lavori a maglia, del ricamo su lino, di capolavori creati con una fibra pregiata come la seta. Sono giovani che dell’arte del passato vogliono creare nuovi mestieri, sono anziani che vogliono conservare intatta la memoria del passato e consegnarla al futuro: generazioni che si intrecciano e fanno rivivere un’antica arte che, fatta propria, intendono tramandare al fine di preservarla e tutelarla.

Anticamente nel nostro paese si seminava il lino, in particolare nella contrada Linazza, che ha preso il nome proprio dalla “linazza”, materia grossa e liscosa che si trae dalla prima pettinatura del lino e che gli abitanti, non sapendola lavorare, utilizzavano come concime. Era un lavoro duro e paziente  quasi tutto svolto dalle donne, come dice un nostro proverbio antico ” ‘i guai di u linu”. Dalla mietitura fra aprile e maggio e l’essicazione dei fasci al sole, si passava alla mazzolatura: i fasci si percuotevano “ca mazzora” per farne cadere il seme, da utilizzare nella semina successiva. Gli steli venivano macerati in agosto in vasche d’acqua e nel fiume e poi successivamente essicati. Per separare la fibra utile alla tessitura dalle parti legnose, si batteva il lino “cu manganu” (gramola). Con una scotola di legno chiodata il lino viene cardato, separando il lino più grosso da quello più fine che veniva invece battuto con uno speciale arnese detto spada. Si passava, come per la lana, alla filatura col fuso e “a rucca” e infine dopo averlo sbiancato era giunto il momento della tessitura al telaio. Ancora oggi una signora tesse pazientemente lino, cotone, lana di pecora o alpaca, canapa, per la realizzazione di tessuti con colori naturali.

In passato nel nostro territorio era anche praticata la bachicoltura non solo dalle famiglie contadine, ma anche dalle monache benedettine. Anche questo per le donne era un lavoro paziente e lungo: i semi dei bachi venivano tenuti dalle donne al caldo, a volte nel petto per facilitare la schiusa. Una volta nati i piccoli bachi nerastri venivano posti sulla “cannizza” ed alimentati con foglie  di gelso. Quando i bachi smettevano di mangiare era il momento di preparare “il bosco”, rametti intrecciati, posti al buio per favorire la filatura dei bozzoli ovali, in cui si forma la crisalide e poi la farfalla, che per uscire forerà il bozzolo e rovinerà la seta. Per questo i bozzoli vengono immersi in acqua calda e i capofila vengono liberati e attaccati in gruppo ad un aspo. Dopo vari lavaggi il filo veniva cardato e filato con fuso e conocchia. Fili preziosi che  diverranno grazie alle abili mani e alla fantasia delle artigiane, creazioni artistiche senza tempo, come fa ancora oggi una signora nel nostro paese, che pazientemente intreccia fili di seta con maestria e passione.

Le tradizioni più belle del nostro paese sono legate alle feste religiose e non, ai suoni e ai sapori della nostra terra, ai prodotti che essa instancabile offre.

Particolarmente suggestiva è la processione del venerdì santo quando i ”misteri” che un tempo venivano affidati alle professioni artigiane sampietrini, ora sono portati a spalla da vari gruppi ed associazioni: lentamente la processione, accompagnata dalla banda che intona le tradizionali marce funebri, lascia la chiesa, dove si sono riuniti tutti al richiamo della “trocchilla”, davanti Gesù nell’orto e tutte le altre varette, in particolare il Crocifisso ligneo settecentesco, originario del  Convento dei Minori Osservanti , portato dai processionari incappucciati, che indossano un camice e un cappuccio nero, così come era previsto dallo Statuto dell’antica Confraternita del Santissimo Crocifisso. Chiudono la Processione le donne della Confraternita Di Maria Addolorata, che vestiti di nero e con il capo coperto da un velo nero, portano in spalla l’immagine di Maria Addolorata, che porta con sé il suo dolore e quello del mondo intero. Uno scenario davvero unico per suggestione mistica, interrotta solo dalle preghiere, dalla triste musica e dal colpo di martello alla base che dà un segnale coordinato ai portatori.

Il paese si rianima l’ottava di Pasqua, quando ha luogo la festa della Madonna della Catena, Compatrona di San Piero Patti, il cui culto venne introdotto dalla famiglia Orioles, con il titolo di “Maria Santissima della Catena”, così come è anche scritto all’interno della cupola della Chiesa Madre. La statua lignea del seicento restaurata nel 2013, viene portata in processione dai “nudi” della Confraternita di Maria SS. del Rosario vestiti con un camice bianco con cingoli a colori e un nastro rosso al collo, con l’effigie della Madonna. Un tempo i nudi si recavano in processione nudi e si percuotevano con una catenella. La processione è rallegrata dalla banda musicale, da spari di bombe e dai colori delle bancarelle che riempiono il percorso della processione.

Più ricca di iniziative è la festa del Compatrono, San Biagio, che si celebra la prima domenica di ottobre, dopo la raccolta delle nocciole, per ringraziare del raccolto e poter disporre di denaro da spendere nella fiera, che una volta si riempiva di ogni mercanzia, ed era preceduta dalla fiera del bestiame.

La banda, i giochi, le bancarelle, i giochi d’artificio, animano come un tempo la festa, insieme a “caria” (ceci abbrustoliti), simenzi e cannillina.

Usanze e tradizioni passano anche attraverso il cibo, che diventa un modo per conoscere la cultura del proprio territorio, un momento di convivialità e di integrazione anche tra culture diverse. Per i sampietrini, così come per tutti i siciliani, il cibo è un vero e proprio rito, un momento di condivisione tra persone, in cui si comunicano emozioni e sentimenti. Ecco allora che si apre per i sampietrini un' enorme varietà di specialità gastronomiche che accompagnano tutti i momenti dell’anno: “i frittuli pi San Biagiu” , i “maccarruni pi tutti i festi, stirati a manu cu’ iuncu  e cunzati cu sugu i maiali, braciole di agnello arrostito alla brace, “pisci stocco a’ ghiotta per  Natale e poi i dolci: “zulli e turruni di nocciole per  Natale, niguretti sbattuti ‘do baganu per Pasqua, insieme a “culluri” arricchite di confetti e diavolina, le paste di mandorle e i cannoli con la ricotta per tutte le occasioni.

Ma è per Carnevale che i Sampietrini fanno grande onore alla tavola: da giovedì grasso “u giovidi lardaroru” fino al martedì non possono mancare frittole, salsiccia, frannugghi, lardo, provola, olive e naturalmente i maccheroni col sugo. Le strade e i locali si animano di maschere e danze, che una volta si svolgevano in case private. Ancora oggi, sia pure in maniera diversa si svolge la sfilata dei carri allegorici e gruppi mascherati. Al miglior gruppo viene consegnato “U bastunieri” e da quest’anno anche “U mascararu”, sculture simboliche che i vincitori di anno in anno si gireranno tra loro “quale testimone”. Questi premi simboleggiano figure della tradizione carnascialesca del nostro paese: il bastoniere era il capo di un gruppo di persone in maschera che non volevano farsi riconoscere quando entravano nelle sale da ballo, allestite in case private dove ci si divertiva al suono della fisarmonica. Egli batteva con un bastone alla porta e si faceva riconoscere, garantendo per tutti. “U mascaratu” andava su un carro allegorico e portava con sé un “cantaru” che veniva riempito di maccheroni, girando di casa in casa.

Molte tradizioni si sono perse e dimenticate, molte altre rivivono nei ricordi delle persone più anziane, che con caparbietà continuano a rinnovarle, nella speranza che esse vengano rivissute anche dalle nuove generazioni.

Descrizione Foto

Foto N° 1 Antico telaio in legno ancora usato per la tessitura di tessuti

Foto N° 2 Cardatura della lana con uno strumento chiamato cardo che ha punte di ferro ad uncino

Foto N° 3 Filatura della lana “ca rucca e cu fusu”, con conocchia e fuso, un bastoncino di legno che ha nella parte inferiore una rondella che lo fa girare velocemente in modo da torcere il filo. Così veniva filato anche il lino.

Foto N° 4 Bachi che hanno smesso di nutrirsi di gelsi e con la bava emessa da un organo posto sotto la bocca detta “filiera”, cominciano a filare il bozzolo.

Foto N° 5 Nel bozzolo avviene la trasformazione in crisalide e poi in farfalla: alcuni bozzoli si lasciano schiudere perché le farfalle possano accoppiarsi.

Foto N° 6 Il venerdì santo si svolge la processione dei misteri. Il crocifisso ligneo è portato in spalla dagli incappucciati della Confraternita del Santissimo Crocifisso, vestiti con un camice nero e un cappuccio nero che lascia scoperti solo gli occhi

Foto N° 7 Processione della Compatrona di San Piero Patti, la Madonna della Catena, portata dai nudi che appartengono all’antica Confraternita di Maria SS. del Rosario

Foto N° 8 Carnevale 2018 Tradizionale sfilata dei carri: i vincitori del “bastunieri” simbolo che richiama  un’antica tradizione carnescialesca del nostro paese.

Foto N° 9 I niguretti: dolci tipici di Pasqua, preparate con uova zucchero e farina che venivano sbattute nel “baganu”. Le paste di mandorle preparate con mandorle e zucchero, che profumano ogni angolo del nostro paese e ogni bar o forno.

Foto N° 10 Maccheroni al sugo di maiale, stirati col giunco, arricchivano di gusto ed allegria ogni festa.